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Educare alle differenze per declinare l’Educazione Civica

di Ludovico di Giovine

Scintille.it pubblica questo contributo nella Giornata mondiale della gentilezza perché il 25/11, durante la  Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne possano essere avviate opportune iniziative educative: la scuola può rappresentare il luogo privilegiato per educare alle differenze e valorizzarle, promuovere l’equità di genere, riconoscere e rispettare l’altro.

L’Educazione civica oggi chiede di coltivare “la scelta di modi di vivere  inclusivi e rispettosi dei diritti fondamentali delle persone” (Decr. M.I. n. 35 del 22/06/2020).

1. IL MASCHILE PREVALE SUL FEMMINILE

L’impegno quotidiano per un corretto uso delle parole ha un valore etico: “E’ la lingua che fonda la communitas. Poiché essa è il collante della società, il suo deteriorarsi significa che si sono deteriorati i legami sociali, la struttura stessa del nostro stare insieme e, prima ancora, del nostro pensiero. Ma la sua distruzione è lenta, strisciante, inavvertita. Le parole sono le porte e le finestre della nostra percezione. La nostra esperienza del mondo dipende dalle parole che ascoltiamo e da quelle che usiamo. Lavorare sul linguaggio significa lavorare sull’organizzazione della coscienza, poiché non ha solo la funzione di rispecchiare i valori ma anche quella di concorrere a determinarli, organizzando le nostre menti e le nostre abitudini” (Graziella Priulla, La quotidiana responsabilità della parola, in Comunicazione di genere, 2019, p. 9).

Una forma di violenza simbolica è cancellare la differenza in nome di una presunta uguaglianza che è in realtà un adeguamento al modello maschile: “Un caso significativo è rappresentato dalla resistenza da parte del linguaggio quotidiano dei media, delle istituzioni e perfino dei libri di testo, ad adeguare l’uso della lingua al nuovo status assunto dalle donne in campo professionale e istituzionale. (…) Un uso della lingua che rifletta la differenza attraverso l’uso del genere grammaticale e permetta così di identificare la presenza delle donne e attribuire loro i nuovi ruoli che esse detengono nella società sul piano professionale e istituzionale, contribuisce a contrastare la discriminazione, a favorire la parità, e anche a trasmettere modelli socioculturali utili alle giovani generazioni per la scelta della loro futura professione.

Nella pratica didattica si suggerisce quindi di verificare l’adeguatezza del linguaggio usato nei libri di testo di tutte le discipline non solo per quanto riguarda la presenza di eventuali stereotipi del maschile e del femminile, ma anche per quanto concerne l’uso del genere grammaticale, che costituisce uno strumento fondamentale per la rappresentazione della donna nel linguaggio. (…) I rischi di un uso discriminatorio del linguaggio, finora descritti in relazione a quello verbale, valgono anche per quelli visivi, seppur con codifiche grammaticali meno definite: fotografie, immagini e video che invadono media tradizionali e Rete possono avere effetti negativi quanto e più delle parole. Essi richiedono un’attenzione educativa – alla lettura, alla decodifica, all’interpretazione – che assume una rilevanza sempre maggiore con la diffusione delle tecnologie e dei media digitali”, così il MIUR in “Il femminile e il maschile nel linguaggio” (Documento del “27/10/2017 cit.).

Se il linguaggio, dunque, è il veicolo di trasmissione di pregiudizi e stereotipi, la comunicazione è lo strumento strategico principale per migliorare sulle questioni di genere. Il maschile prevale sul femminile non è solo una regola grammaticale, induce e rafforza la conservazione di un modello sociale mediante appunto una regola di linguaggio.

Due manifesti sul tema in parola vanno oltre l’aspetto autopromozionale: Non insegneremo più che ‘Il maschile prevale sul femminile’, così esordisce il Manifesto pubblicato il 07/11/2017 in Francia, a Tolosa, da 314 docenti di scuole di ogni ordine e grado che affermano: “La ripetizione di questa formula ai bambini, nei luoghi stessi in cui si dispensa il sapere induce a rappresentazioni mentali che conducono donne e uomini ad accettare la dominazione di un sesso sull’atro, così come tutte le forme di minorizzazione sociale e politica delle donne. La lotta contro gli stereotipi di genere, essenziale per il progresso dell’uguaglianza di donne e uomini, non potrà essere condotta efficacemente se questa massima non viene messa al bando dalla scuola”. E i docenti aggiungono: “Dichiariamo che insegneremo ormai la regola di prossimità, o l’accordo di maggioranza o l’accordo a scelta; facciamo appello a non penalizzare gli enunciati che si allontanano dalla regola insegnata fino ad ora; chiamiamo le professioniste e i professionisti della stampa e dell’edizione, i correttori e correttrici, scrittori e scrittrici a fare lo stesso”.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche il Manifesto di Venezia delle giornaliste e dei giornalisti Per il rispetto e la parità di genere nell’informazione; contro ogni forma di violenza e discriminazione attraverso parole e immagini, con più stretto riferimento alla violenza di genere: “La violenza di genere è una violazione dei diritti umani tra le più diffuse al mondo: lo dichiara la Convenzione di Istanbul, approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa nel 2011 e recepita dall’Italia nel 2013, che condanna ‘ogni forma di violenza sulle donne e la violenza domestica’ e riconosce come il raggiungimento dell’uguaglianza sia un elemento chiave per prevenire la violenza.

La violenza di genere non è un problema delle donne e non solo alle donne spetta occuparsene, discuterne, trovare soluzioni. La Convenzione di Istanbul insiste sulla prevenzione e sull’educazione, chiarisce quanto l’elemento culturale sia fondamentale e assegna all’informazione un ruolo specifico richiamandola alle proprie responsabilità (art. 17).

Il diritto di cronaca non può trasformarsi in un abuso. Ogni giornalista è tenuto al rispetto della verità sostanziale dei fatti e non deve cadere in morbose descrizioni o indulgere in dettagli superflui, violando norme deontologiche e trasformando l’informazione in sensazionalismo. Noi giornaliste e giornalisti firmatari del Manifesto, ci impegniamo per una informazione attenta, corretta e consapevole del fenomeno della violenza di genere e delle sue implicazioni culturali, sociali, giuridiche”. Il documento, pubblicato il 25/11/2017, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, è stato redatto e sottoscritto inizialmente da: FNSI, USIGRai, GiULiA giornaliste, Sindacato giornalisti Veneto, Sindacato unitario giornalisti della Campania.

In particolare si segnalano alcuni dei dieci punti del Manifesto inerenti la necessità di un linguaggio appropriato:

“ – utilizzare il termine specifico femminicidio per i delitti compiuti sulle donne in quanto donne e superare la vecchia cultura della sottovalutazione della violenza: fisica, psicologica, economica, giuridica, culturale;
– illuminare tutti i casi di violenza, anche i più trascurati come quelli nei confronti di prostitute e transessuali, utilizzando il corretto linguaggio di genere;
– contrastare ogni forma di sfruttamento a fini commerciali (più copie, più clic, maggiori ascolti) della violenza sulle donne;
– evitare: a) espressioni che anche involontariamente risultino irrispettose, denigratorie lesive o svalutative dell’identità e della dignità femminile; b) termini fuorvianti come amore, raptus, follia, gelosia, passione, accostati a crimini dettati dalla volontà di possesso e annientamento; c) l’uso di immagini e segni stereotipati o che riducano la donna a mero richiamo sessuale o a oggetto del desiderio; d) di suggerire attenuanti e giustificazioni all’omicida, anche involontariamente, motivando la violenza con perdita del lavoro, difficoltà economiche, depressione, tradimento ; e) di raccontare il femminicidio sempre dal punto di vista del colpevole, partendo invece da chi subisce la violenza nel rispetto della sua persona”.

La scelta di Venezia si deve a due circostanze significative nella storia delle donne: la città ha dato i natali a Elena Lucrezia Corner Piscopia, prima donna laureata al mondo il 25/06/1678; veneta era Tina Anselmi, prima donna ministra della Repubblica, nominata il 29 luglio 1976.

2. LO STATO DELLE COSE

Una molteplicità di associazioni, centri di ricerca e documentazione, biblioteche e librerie, dipartimenti universitari, organismi istituzionali di parità, blog e siti web, si occupano, con finalità diverse, di tematiche di genere, dimostrando notevoli capacità di approfondimento e di confronto. In particolare tra le iniziative istituzionali vale citare il progetto genderschool nato dalla collaborazione tra il Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio (www.pariopportunita.gov.it ) e l’Indire che nello specifico prevede la realizzazione di un piano nazionale di educazione e formazione sui temi che riguardano l’opposizione, civile e pedagogica, alla violenza di genere, attraverso la formazione dei docenti e l’inserimento di un approccio di genere nella pratica educativa e didattica a favore degli studenti di diversa età.

Si prevede inoltre un portale dedicato mediante l’ampliamento del portale www.noisiamopari.it realizzato dal MIUR per raccogliere materiali didattici e proposte di nuovi percorsi formativi per insegnanti, studenti, famiglie per sostenere la programmazione di attività di contrasto agli stereotipi e ad ogni forma di discriminazione. Il portale, inoltre, favorisce la condivisione di buone pratiche proposte dalle scuole e dalle associazioni aderenti ai Forum e agli Osservatori istituzionali.

Tra le iniziative che muovono dall’impegno degli stessi docenti vale segnalare Educare alle differenze (www.educarealledifferenze.it) rete nazionale, nata dal basso e autofinanziata, intesa a sostenere la scuola pubblica e per promuovere un’educazione che si fondi sulle differenze come valore e risorsa, non come problema e minaccia.

La realtà della scuola, nel suo complesso, appare poco attenta e poco consapevole dell’importanza delle tematiche di genere e del più generale quadro concettuale dell’educazione alle differenze contro ogni forma di discriminazione. Si avverte l’urgenza di un piano sistematico di sensibilizzazione e formazione del personale docente coerente con alcune scelte che pure sul piano normativo appaiono chiare e irrinunciabili. In non poche occasioni si registra come una parte dei giovani desiderino confrontarsi su questioni come il razzismo, le migrazioni, l’intercultura, l’ambiente, le diversità, le disuguaglianze, mostrando aperture, disponibilità e comprensione che tanti adulti non hanno. Nelle scuole secondarie di secondo grado non sono poche le occasioni in cui gli studenti nelle assemblee di classe e di istituto, loro spazi di democrazia (https://www.scintille.it/prove-di-democrazia-a-scuola/ ), chiedono di discutere con esperti di tematiche di genere, a volte per situazioni verificatesi in ambiente scolastico, a volte per curiosità e per desiderio di saperne di più. In alcuni casi gli argomenti vengono successivamente integrati nell’attività curricolare, in altri danno luogo a nuovi percorsi extracurricolari.

2.a) BUONE PRATICHE

Ecco un buon esempio di attività scelta e promossa dagli studenti con il concorso di più docenti per un tempo adeguato, racconta Rossella Ghigi: “Nel 2015, gli studenti di una terza del liceo Laura Bassi di Bologna potevano scegliere se svolgere un tirocinio presso un ente sociale o dedicarsi a un progetto di ricerca-azione. La classe, che seguiva un curricolo di creazione documentaristica e cinematografica applicata alle scienze umane, scelse la seconda: realizzare un film. E gli studenti chiesero di poterlo fare sul tema dell’identità di genere, con un focus sulla transessualità. Il video fu girato e lavorato in postproduzione dai ragazzi e dalle ragazze del corso, con il supporto bibliografico di due associazioni oltre che di alcuni tutor (registi, montatori e fonici). Il risultato fu un cortometraggio su alcuni giovani transessuali dal titolo Siamo tutti in transizione che ha poi vinto una serie di premi a festival cinematografici internazionali” (R. Ghigi, cit., p. 89).

Chi scrive ritiene che YouTube non è solo il luogo della vanità, del disimpegno e del bullismo: per le giovani generazioni sovente è un canale di confronto e di approfondimento. Tra i problemi più affrontati da un numero significativo di giovani c’è quello delle pari opportunità ma anche dei diritti delle persone con orientamento omosessuale di personalità, del razzismo, della sostenibilità ambientale. I ragazzi si fanno domande su temi spesso censurati dalle agenzie formative, come appunto quello della parità in tutte le sue sfaccettature. Per fortuna, dunque, qualcosa si muove … se solo sappiamo guardarci intorno; non a caso alcuni anni or sono Anna Rita Longo intitolava un suo intervento Perché il Miur dovrebbe dare un’occhiata a YouTube (wired.it, 11/09/2017), segnalando la vivacità e ricchezza di contributi di una parte dei giovani negli ambienti della comunicazione mediatica e informale.

2.b) INSEGNAMENTO DELL’EDUCAZIONE CIVICA

La Legge n. 92 del 20/08/2019 ha introdotto l’insegnamento obbligatorio dell’Educazione civica dall’a. s. 2020/2021 in tutte le scuole, per non meno di 33 ore nell’anno, in modo trasversale, nell’ambito del monte ore previsto (dunque a costo zero), materia-non materia, con voto in pagella.

Il Decreto M.I. n. 35 del 22/06/2020, recante “Linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica”, prevede che per tre anni scolastici (2020-2023) le scuole definiscano il curricolo di educazione civica tenendo conto di tre nuclei concettuali (Costituzione; sviluppo sostenibile; cittadinanza digitale) che costituiscono i pilastri della Legge. La prospettiva trasversale dell’insegnamento sollecita un serio confronto tra chi tra i docenti tende ad esaltare l’aspetto formativo del percorso e chi invece l’aspetto disciplinare.

L’attenta lettura dei contenuti e delle competenze attese (art. 3 della Legge) denota la presenza in sordina dell’educazione di genere e della stessa educazione alla parità fra uomini e donne, malgrado uno specifico emendamento chiedesse l’inserimento specifico della “educazione sentimentale finalizzata alla crescita educativa, culturale ed emotiva dei giovani in materia di parità e solidarietà tra uomini e donne”. Questa vicenda sembra confermare che il solo nominare la “parità” evochi il fantasma della “teoria gender”.

Con un recente provvedimento (16/07/2020) il Ministero dell’Istruzione, come previsto dall’art. 6 della Legge, ha reso noto il “Piano per la formazione dei docenti per l’educazione civica di cui alla legge n. 92/2019. Assegnazione delle risorse finanziarie e progettazione delle iniziative formative”; la nota ministeriale asserisce: “La traduzione delle Linee guida nel concreto dell’attività didattica necessita di essere sostenuta e valorizzata con iniziative di accompagnamento delle istituzioni scolastiche: in particolare, è necessaria una adeguata formazione del personale scolastico sugli obiettivi, i contenuti, i metodi, le pratiche didattiche, l’organizzazione dell’educazione civica, da inserire trasversalmente nelle discipline previste nello specifico corso di studi”.

Destinatari dei corsi, in prima battuta, saranno i coordinatori per l’educazione civica, secondo il paradigma della formazione “a cascata”. La tabella di ripartizione regionale delle risorse finanziarie prevede complessivamente 1.250 corsi e 4 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2020. Qualcuno ha osservato che la crisi pandemica in corso “è anche una grande opportunità per l’esercizio di virtù sociali e civili, come non mai, quindi si configura come una questione educativa in genere e legata all’educazione civica in particolare” (Andrea Porcarelli, “Fare l’insegnante”, n. 5, 2019/2020).

Accogliendo l’auspicio si segnala che pare collocarsi in questa prospettiva di crescita civica del territorio la notizia che è stato rifinanziato il progetto regionale “Educare alle differenze per promuovere la cittadinanza di genere, anno 2020”, giunto alla quinta edizione, termine delle attività il 30 giugno 2021, con l’obiettivo di affrontare le tematiche dell’educazione alle differenze ad alla cultura del rispetto e della non discriminazione mediante laboratori per studenti delle scuole di ogni ordine e grado (www.pariopportunità@comune.modena.it).

2.c) VIOLENZA DI GENERE AL TEMPO DEL CORONAVIRUS

La Presidenza del Consiglio dei Ministri, in base all’art. 5 della legge contro la violenza di genere (n. 119/2013), ha adottato il 7 luglio 2015 il “Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere” volto all’informazione e alla formazione del personale scolastico. In questo ambito il progetto Gender School (www.genderschool.it ), per il contrasto alla violenza di genere, nasce nel 2019 dalla collaborazione tra il Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio e l’Indire. Il progetto tematizza due questioni fortemente attuali e collegate: la parità di genere ed il contrasto alla violenza. Costruire relazioni positive a scuola (cfr, https://www.scintille.it/interdipendenza-sociale-costruire-relazioni-positive-in-tempi-difficili/), analizzare i conflitti (cfr. https://www.scintille.it/educazione-civica-e-gestione-dei-conflitti-sogno-o-realta/), superare gli stereotipi, riconoscere e rispettare le differenze sono i pilastri del progetto Gender School, al fine di superare le disuguaglianze e promuovere la cultura delle pari opportunità.

Durante il confinamento in casa, la coabitazione forzata, la sospensione dei servizi scolastici, di quelli educativi e per le persone disabili, ha amplificato preesistenti difficoltà relazionali nonché le disuguaglianze e il disagio socio-economico. Nel periodo tra il 2 marzo ed il 5 aprile si è avuto un incremento del 74,5% delle richieste di aiuto (chiamate al numero verde 1522) rispetto alla media dello stesso periodo registrata nel 2018. Nel 28% dei contatti ricevuti si tratta della prima richiesta di aiuto, segno che la convivenza forzata costituisce un grave elemento di rischio per le vittime (fonte: D.i.Re – Donne in rete contro la violenza).

Dunque se lo stare a casa è risultato una buona misura di prevenzione del contagio, per le persone vittime di violenza domestica la casa è il luogo meno sicuro, una prigione che protegge dal contagio ma accresce la violenza. Di tanto si mostra ben consapevole il Ministero dell’Interno con la circolare avente ad oggetto: “Violenza di genere e violenza domestica. Azioni di sensibilizzazione” predisposta e firmata dal Capo della Polizia il 27/03/2020: “Le restrizioni hanno determinato una convivenza forzata e prolungata dei nuclei familiari, che potrebbe incidere negativamente sui contesti familiari più problematici, potendo portare, in casi estremi, alla possibile commissione di atti di violenza di genere e domestica. I divieti imposti in materia di circolazione delle persone fisiche potrebbero, infatti, accentuare situazioni conflittuali preesistenti, determinando un sommerso di violenze e maltrattamenti. A ciò si aggiunge la difficoltà per le vittime di potersi rivolgere agevolmente alle Forze di Polizia ed ai Centri antiviolenza al fine di denunciare le situazioni di disagio o di violenza o, più semplicemente, di chiedere indicazioni sulle iniziative da intraprendere per reagire alle criticità sopravvenute”.

La Banca dati EURES riporta che nel 2018 in Italia sono state registrate 142 vittime di femminicidio e che nei primi dieci mesi del 2019 sono state 94 le vittime femminili; un report diffuso dalla Polizia di Stato con l’opuscolo “Questo non è amore”, afferma che nel 2019 sono state registrate 88 donne vittime di violenza al giorno: una ogni 15 minuti.

Quanto alle forme di violenza l’ISTAT informa: “Il 24,7% delle donne ha subito almeno una violenza fisica o sessuale da parte di uomini non partner: il 13,2% da estranei e il 13% da persone conosciute. In particolare, il 6,3% da conoscenti, il 3% da amici, il 2,6% da parenti e il 2,5% da colleghi di lavoro. Le donne subiscono minacce (12,3%), sono spintonate o strattonate (11,55%), sono oggetto di schiaffi, calci, pugni e morsi (7,35%). Altre volte sono colpite con oggetti che possono far male (6,15%). Meno frequenti le forme più gravi come il tentativo di strangolamento, l’ustione, il soffocamento e la minaccia o l’uso di armi. Tra le donne che hanno subito violenze sessuali, le più diffuse sono le molestie fisiche, cioè l’essere toccate o abbracciate o baciate contro la propria volontà (15,6%), i rapporti indesiderati vissuti come violenze (4,7%), gli stupri (3%) e i tentati stupri (3,5%). Le forme più gravi di violenza sono esercitate da partner, parenti o amici. Gli stupri sono stati commessi nel 62,7% dei casi da partner, ne, 3,6% da parenti e nel 9,4% da amici. Anche le violenze fisiche (come gli schiaffi, i calci, i pugni e i morsi) sono per la maggior parte opera dei partner o ex. Gli sconosciuti sono autori soprattutto di molestie sessuali (76,8% fra tutte le violenze commesse da sconosciuti)” (ISTAT, 2019).

Si avvicina il 25 novembre Giornata internazionale contro la violenza sulle donne; presumibilmente come ogni anno, anche per puntuale sollecitazione del Ministero, gli alunni e i docenti animeranno numerosi eventi dal 25 novembre al 10 dicembre (Giornata mondiale dei diritti umani): è importante partecipare diffusamente, individualmente e collettivamente, anche in forme nuove e autonome.

Ci piace concludere con le osservazioni di Ida Dominijanni nel suo contributo pubblicato da Internazionale il 3 agosto 2020: “A tutte le latitudini la violenza – verbale e non solo verbale – contro le donne, nonché contro gay, lesbiche, transessuali e altri ‘irregolari’, è un problema culturale di sistema e richiede strategie di contrasto sistematiche. A tutte le latitudini l’efficacia della risposta dipende da molti fattori, per primi la forza, la visibilità e l’autorevolezza della vittima di turno o di chi per essa, ovvero della rete di sostegno su cui può contare. Una legge non basta, né a scoraggiare chi la violenza la agisce né a tutelare chi la subisce: ci vuole altro e questo altro …. si chiama pratica politica. Naturalmente, una legge può aiutare: a stigmatizzare la violenza, a punirne l’attore e risarcirne la vittima. Ma non è tutto, e può essere perfino un alibi per non fare l’essenziale, che viene prima e va oltre la legge”.

NORMATIVA
Legge 15/10/2013, n. 119, recante Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere
Legge 19/07/2019, n. 69, recante Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere denominata Codice rosso
La Risoluzione n. 54/134 del 17/12/1999 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, istituisce il 25 novembre quale Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne
Senato, Ddl comunicato alla Presidenza il 14/11/2014, proposto dai senatori Valeria Fedeli ed altri, Introduzione dell’educazione di genere e della prospettiva di genere nelle attività e nei materiali didattici delle scuole del sistema nazionale e di istruzione e nelle università
Legge 13 luglio 2015, n. 107, Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti, (Buona scuola)
Documento MIUR 27 ottobre 2017: Linee Guida Nazionali (art. 1 comma 16 L. 107/2015) Educare al rispetto: per la parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le forme di discriminazione
Documento MIUR 27 ottobre 2017: Aggiornamento Linee di orientamento per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo (art. 4 L. 71/2017)
Legge 20/08/ 2019, n. 92, Introduzione dell’insegnamento scolastico dell’educazione civica
Decreto M.I. 22/06/2020, n. 35: Linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica, ai sensi dell’articolo 3 della legge 20 agosto 2019, n. 92

BIBLIOGRAFIA
Irene Biemmi, Genere e processi formativi. Sguardi femminili e maschili sulla professione di insegnante, edizioni ETS, Pisa, 2009
Cristina Gamberi, Maria Agnese Maio, Giulia Selmi, (a cura di), Educare al genere. Riflessioni e strumenti per articolare la complessità, Carocci editore, Roma, 2010
Anna Maria Venera (a cura di), Genere, educazione e processi formativi. Riflessioni teoriche e tracce operative, edizioni Junior – edizioni Spaggiari, Parma, 2014
Michela Marzano, Papà, mamma e gender, edizioni UTET – De Agostini libri, Novara, 2015
Franca Dente, Antonella Cagnolati, Comunicazione di genere tra immagini e parole, Fahren House, Salamanca, 2019
Rossella Ghigi, Fare la differenza. Educazione di genere dalla prima infanzia all’età adulta, Il Mulino, Bologna, 2020

Sitografia
www.genderschool.it
www.impariascuola.wordpress.com
www.genereedintorni.wordpress.com
www.genereattive.wordpress.com
www.ilprogettoalice.wordpress.com
www.maschileplurale.it
www.femminileplurale.wordpress.com
www.femminismo-a-sud.noblogs.org
www.zeroviolenza.it
www.educarealledifferenze.it

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